Cara Bariş,
questa è una lettera senza destinatario quindi non pretendo che arrivi nelle tue mani.
La lascio così, in balia del vento, che sia Dio a falla arrivare a te se veramente lo vorrà.
Mi trovo trinceato dietro le montagne della penisola di Gallipoli, a centinaia di Km da te che vivi la guerra da dentro l'ospedale di Ankara, mentre io la vivo da qui.
Per l'ennesima volta spero che tu stia bene.
Nel giro di un mese ti ho scritto centinaia di lettere, migliaia di parole, un miliardo di emozioni, tutte con il tuo nome riportato sul retro della busta.
Non so quante te ne siano arrivate, non so quante tu ne abbia lette, non so quante tu ne abbia capite...avresti dovuto avere la possibilità di rispondermi, la posta è l'unica cosa che ancora funziona bene in questa tana di fango e sangue.
Probabilmente non hai semplicemente voluto.
E il bello è che ti capisco anche, solo che proprio non posso fare a meno di continuare a scriverti.
Vivo in simbiosi col mio mortaio, io lo nutro, lui mi protegge: ci sono momenti in cui sembra che le montagne di fronte a me stiano per crollarmi addosso, abbattute dalle navi attraccate proprio nel mare a pochi Km da queste mia tomba. Ho paura e ce n'ho talmente tanta che mi trovo a fissare il vuoto con tutto il corpo che mi trema e le lacrime che scendo copiose a rigarmi il volto, a mescolarsi con la polvere.
Mi sono arruolato perché la mia sfida, la mia battaglia personale, l'ho persa...pensavo che tutto questo, la patria, l'onore, l'impegno mi avrebbero reso un uomo migliore, più degno di te, più degno di me...sì, quella sfida che ho perso eri, sei e sarai sempre tu. Tu che mi hai fatto capire che non esiste limite alle passioni che un uomo può vivere, all'amore che può far scaturire dal proprio profondo, ma anche che non c'è limite ai danni che questa marea può lasciare in seguito al suo passaggio. Il mio spirito purtroppo non sa nuotare.
Ricordo quella notte di 3 mesi fa quando ci incontrammo di fronte a Yussuf il giocattolaio, tu nascosta dal tuo velo, io nascosto dalla mia tristezza...allora non ebbi il tempo di pensare, di cercare di fermarti, di parlarti.
Ascoltai il tuo verdetto e mi ritirai nella mia cella.
Ora che capisco come tutto ciò che sono e che vorrei essere è solo un riempitivo alla tua assenza, al mio fallimento e mi trovo qui a rischiare ogni giorno di perdere la vita, la sanità mentale e la coscienza per quale conquista...qualche cicatrice e tanta amarezza dentro.
Il destino è buffo a volte: allo stesso modo di quando io cercavo di smuovere le montagne per raggiungere il tuo cuore, il tutto senza sapere se i colpi che davo avessero effetti positivi oppure deleteri, oggi mi ritrovo a manovrare un mortaio ed a sparare verso l'ignoto, al di là di ostacoli insormontabili, senza sapere se colpirò un mio compagno, se colpirò un nemico oppure semplicemente se colpirò la dura spiaggia.
Ora capisco come la felicità non esista veramente se non può essere condivisa con una persona speciale...e quando scrivo speciale li attribuisco il significato più alto che si possa dare a questa parola.
Se mai tornerò da questa battaglia, da questo conflitto maledetto e se mai ti rivedrò ti prego non biasimarmi se non saprò comportarmi, non biasimarmi se sbaglierò, non biasimarmi se non riuscirò a guardarti negli occhi...ci sono emozioni che non sono controllabili.
Le nostre strade si sono divise, hai spiccato il volo lasciandomi a terra...io non imparerò mai a volare, purtroppo non possiedo le ali e mai mi nasceranno, però se mai vorrai tornare, se mai un giorno capirai che questo soldato semplice potrebbe ancora regalare qualcosa basterà che ti presenti proprio lì, davanti a quel vecchio negozio di giocattoli per bambini ed io ci sarò.
Devo ricaricare il mortaio. E' il mio turno. Ti lascio.
Kentdeki GalipPellegrino delle sabbia
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| pedone |

Nuovamente lui: il pellegrino della sabbia torna sulle nostre pagine.
RispondiEliminaAccogliete questo suo nuovo racconto.
Si parla di guerra e si parla d'amore.
L'amministratore Nic